Vita da baby - 12 dicembre 2023, 08:00

Senza freni

L’iperattività, definita anche ipercinesia infantile, è un disturbo neurobiologico che coinvolge fattori genetici, ambientali e socio-culturali. Da non confondere con l’eccesso di vivacità

Senza freni

La premessa è evitare definizioni improprie sul comportamento del proprio figlio: «È sempre nervoso», «non sta fermo un attimo», «fa solo capricci». Un genitore può sentirsi inadeguato di fronte a un bambino che non ascolta, non si concentra, si distrae e mostra troppa vivacità, soprattutto se si confronta con chi sostiene: «Mio figlio è un angelo», «la notte fa tutta una tirata», «non piange mai». Non esistono neonati che non piangono: l’accumulo di esperienze durante il giorno e le varie stimolazioni mettono alla prova l’immaturità del loro sistema nervoso. Il genitore dovrà mostrarsi accudente e tranquillizzante con il piccolo, rispondendo ai suoi bisogni e facendolo sentire al sicuro. I bambini sono curiosi per natura e spendono molta energia per osservare, sperimentare ed esplorare. Se questa energia è in eccesso, si può pensare a un’iperattività, che in psicologia non è semplice esuberanza ma un comportamento insolitamente irrequieto: il bambino è continuamente agitato, dimena spesso mani e piedi, ha bisogno di stare sempre in movimento. A partire dall’età prescolare ha difficoltà a stare seduto in ogni situazione, corre e si arrampica ovunque, anche mentre gioca non si concentra, non ha il senso del pericolo e ha difficoltà nella relazione perché molto impulsivo. Questa patologia ha ripercussioni di carattere neurologico: si chiama disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD - Attention Deficit Hyperactivity Disorder) e non ha niente a che fare con bambini esuberanti e vivaci. Il problema è spesso sottovalutato, la diagnosi è tardiva, di conseguenza gli interventi diventano imprecisi e non mostrano la pronta efficacia che invece sarebbe necessaria.

Il primo passo per non confondere la vitalità con l’iperattività è osservare attentamente il comportamento del bambino. L’iperattività si distingue per ansia, difficoltà di linguaggio, tic nervosi, irruenza; il bambino iperattivo non aspetta il suo turno per intervenire, mostra impazienza e parla senza sosta e senza pensare a quello che dice. Questa sindrome viene diagnosticata verso i 7 anni ma compare in età prescolare, intorno ai 3 anni. È possibile cogliere qualche sintomo sospetto ancora prima: è il caso di neonati con problemi di sonno, perennemente attivi, bambini di 2 anni che parlano e non ascoltano o non rispondono correttamente agli stimoli ambientali, di famiglie in cui siano presenti altri casi di iperattività. In tali situazioni è consigliato rivolgersi a uno specialista prima dell’età scolare. Ricordiamo però di non allarmarsi al primo sporadico segnale, perché, ad esempio, il ritmo del sonno del neonato può dipendere da tanti altri fattori, come un ambiente stressante, non necessariamente dall’iperattività. Prima dell’età scolare non si effettuano diagnosi specifiche, ma esistono comunque valide testimonianze, come quella di Chiara Garbarino, mamma di Leo, che col suo libro La felicità non sta mai ferma racconta come, in gravidanza, suo figlio le abbia staccato la cartilagine di una costola con un calcio. Picchiava i bambini ai giardini e staccava le prese elettriche, appariva come un teppistello e, lei, come una cattiva madre. È sbagliato e dannoso sentirsi cattivi genitori, perché questo si ripercuote sulla sensibilità dei figli, che assorbono come spugne certi malcontenti. Se un bambino additato come “maleducato” è invece diagnosticato come ipercinetico, il genitore probabilmente si sentirà sollevato, perché il problema non è effetto della sua cattiva gestione. I rimproveri sono inutili, al contrario degli incoraggiamenti, che avvolgono, aumentano l’autostima e la consapevolezza nei bambini di essere unici con le proprie risorse. Il deficit di attenzione non coinvolge la capacità intellettiva: i bambini iperattivi, al contrario, hanno solitamente un’intelligenza superiore alla media. Pare che i fattori incidenti alla base di questa condizione siano di natura genetica, pre o perinatali (eccessiva prematurità o basso peso alla nascita), legati a ipossia (carenza di ossigeno a livello dei tessuti dell’organismo), di natura ambientale (alto livello d’ansia della madre in gravidanza, o abuso di alcol e fumo durante la gravidanza, basse condizioni socioeconomiche, problemi di salute nei primi anni di vita) o socio-ambientali (famiglia, educazione, scuola). Di solito, quando il bambino cresce, il disturbo si attenua. Nel frattempo, per gestirlo, c'è bisogno di regole semplici e di una routine che il bambino riesce a rispettare e ad apprezzare. L’importante è non pretendere di risolvere il problema senza un aiuto concreto ed esperto, che contribuirà a riformulare il metodo educativo, con pazienza e fiducia.

Gloria Cardano

SU